Abstract: Muovendo dal racconto breve Canituccia (1883), in cui Matilde Serao denuncia le condizioni di inaudita violenza e solitudine subite dall’infanzia abbandonata nei duri terreni agricoli dell’Italia meridionale di fine Ottocento, il presente contributo pone al centro il tema della violenza sui minori. La cruda prosa con cui Matilde Serao ritrae dal vero la realtà, riporta “dati realistici” desunti dall’osservazione diretta delle “cose viste”, dei “bimbi veri”, accostando il dato di cronaca a una narrazione dal sofferto valore sentimentale, diventa preziosa testimonianza storica. In Canituccia, è possibile leggere anche il sottile disvelamento operato dalla scrittrice su stigmi e stereotipi, sui loro impliciti legami con radicate convinzioni e sul nefasto alibi che esse offrono alla violenza contro gli esseri considerati più deboli ‒ bambine, bambini, donne, in particolare, se marginali ‒ e, in quanto tali, perfette vittime sacrificabili, considerate meno che umane. Da una prospettiva odierna, Canituccia racconta una storia di abusi e violenze su una bambina. Violenze che, cambiando le circostanze, continuano a funestare l’infanzia, a opera di chi dovrebbe prendersene cura (AGIA, 2025). L’ipotesi sottesa al presente contributo è che stigmi e stereotipi lumeggiati da Matilde Serao nel suo ritratto letterario abbiano continuato, nel tempo, a serpeggiare come latenti retaggi storico culturali, che hanno offerto pretesti e sostenuto meccanismi di negazione e rifiuto delle responsabilità da parte degli adulti
Meno che umana. Ritratto “dal vero” della violenza sull’infanzia nel racconto breve Canituccia (1883) di Matilde Serao
Carioli Stefania
2026-01-01
Abstract
Abstract: Muovendo dal racconto breve Canituccia (1883), in cui Matilde Serao denuncia le condizioni di inaudita violenza e solitudine subite dall’infanzia abbandonata nei duri terreni agricoli dell’Italia meridionale di fine Ottocento, il presente contributo pone al centro il tema della violenza sui minori. La cruda prosa con cui Matilde Serao ritrae dal vero la realtà, riporta “dati realistici” desunti dall’osservazione diretta delle “cose viste”, dei “bimbi veri”, accostando il dato di cronaca a una narrazione dal sofferto valore sentimentale, diventa preziosa testimonianza storica. In Canituccia, è possibile leggere anche il sottile disvelamento operato dalla scrittrice su stigmi e stereotipi, sui loro impliciti legami con radicate convinzioni e sul nefasto alibi che esse offrono alla violenza contro gli esseri considerati più deboli ‒ bambine, bambini, donne, in particolare, se marginali ‒ e, in quanto tali, perfette vittime sacrificabili, considerate meno che umane. Da una prospettiva odierna, Canituccia racconta una storia di abusi e violenze su una bambina. Violenze che, cambiando le circostanze, continuano a funestare l’infanzia, a opera di chi dovrebbe prendersene cura (AGIA, 2025). L’ipotesi sottesa al presente contributo è che stigmi e stereotipi lumeggiati da Matilde Serao nel suo ritratto letterario abbiano continuato, nel tempo, a serpeggiare come latenti retaggi storico culturali, che hanno offerto pretesti e sostenuto meccanismi di negazione e rifiuto delle responsabilità da parte degli adultiI documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


