Il contributo è incentrato sugli aspetti educativi dell’antisemitismo fascista, colto nel suo divenire storico fino alla svolta rappresentata dalle leggi razziali del 1938. A distanza di decenni dai primi, pionieristici studi sull’argomento dovuti alla lungimiranza di Renzo De Felice, non tutto risulta ancora chiarito nel passaggio del fascismo dall’ideologia di stampo nazionalistico all’antisemitismo di stato. Un mutamento di paradigma che necessitava, innanzi tutto, di un’apposita campagna mediatica, al fine d’imporre un’ideologia nel complesso estranea alle corde culturali italiane (e, fino al ’38, ignota anche ad ampia parte del fascismo militante), orchestrata con lo stanziamento di cospicui fondi ed il coinvolgimento di figure di primo piano. È il caso del colto Giuseppe Bottai, responsabile del Ministero dell’educazione nazionale, zelante esecutore delle direttive antisemite in ambito scolastico, e dell’intraprendente Dino Alfieri, alla guida del Ministero per la cultura popolare, che rivestì un ruolo decisivo nell’organizzare e nel finanziare la campagna antiebraica. Fin da principio, l’antisemitismo fascista presentò una specifica connotazione educativa, né poteva essere altrimenti, perché Mussolini intendeva forgiare un italiano nuovo che, a partire dal ’38, non poteva dirsi tale senza affiancare al fervente patriottismo una spiccata coscienza razziale. Del compito, non facile, d’iniziare gli italiani al razzismo biologico, fu investita “La Difesa della Razza”, quindicinale affidato a Telesio Interlandi, giornalista di vaglia molto stimato da Mussolini. Molti corifei di modesto profilo collaborarono alla rivista, che comunque poté contare anche sul contributo di figure rilevanti, come Julius Evola. L’atteggiamento degli intellettuali di fronte alla svolta antisemita imposta da Mussolini fu, nel complesso, improntato a bieco opportunismo, come dimostra il caso dei due illustri cattedratici e parlamentari, Nicola Pende e Sabato Visco, che avallarono, pur senza condividerne appieno i contenuti e l’impostazione, il raffazzonato “Manifesto della razza”, ideato dal duce con la collaborazione dell’antropologo Guido Landra. Un caso a parte, invece, è rappresentato da Gentile, definito dagli storici razzista riluttante, che, pur non opponendosi alla svolta del ’38, cercò di aiutare al meglio i suoi colleghi ebrei. L’impatto delle leggi razziali sulla ben integrata minoranza ebraica fu molto forte, specialmente in ambito educativo: molti di quanti, in quegli anni, vennero espulsi o esclusi da scuole ed università, subirono danni permanenti a livello sociale e culturale.
I risvolti culturali della politica razziale fascista
Lore' Michele
2024-01-01
Abstract
Il contributo è incentrato sugli aspetti educativi dell’antisemitismo fascista, colto nel suo divenire storico fino alla svolta rappresentata dalle leggi razziali del 1938. A distanza di decenni dai primi, pionieristici studi sull’argomento dovuti alla lungimiranza di Renzo De Felice, non tutto risulta ancora chiarito nel passaggio del fascismo dall’ideologia di stampo nazionalistico all’antisemitismo di stato. Un mutamento di paradigma che necessitava, innanzi tutto, di un’apposita campagna mediatica, al fine d’imporre un’ideologia nel complesso estranea alle corde culturali italiane (e, fino al ’38, ignota anche ad ampia parte del fascismo militante), orchestrata con lo stanziamento di cospicui fondi ed il coinvolgimento di figure di primo piano. È il caso del colto Giuseppe Bottai, responsabile del Ministero dell’educazione nazionale, zelante esecutore delle direttive antisemite in ambito scolastico, e dell’intraprendente Dino Alfieri, alla guida del Ministero per la cultura popolare, che rivestì un ruolo decisivo nell’organizzare e nel finanziare la campagna antiebraica. Fin da principio, l’antisemitismo fascista presentò una specifica connotazione educativa, né poteva essere altrimenti, perché Mussolini intendeva forgiare un italiano nuovo che, a partire dal ’38, non poteva dirsi tale senza affiancare al fervente patriottismo una spiccata coscienza razziale. Del compito, non facile, d’iniziare gli italiani al razzismo biologico, fu investita “La Difesa della Razza”, quindicinale affidato a Telesio Interlandi, giornalista di vaglia molto stimato da Mussolini. Molti corifei di modesto profilo collaborarono alla rivista, che comunque poté contare anche sul contributo di figure rilevanti, come Julius Evola. L’atteggiamento degli intellettuali di fronte alla svolta antisemita imposta da Mussolini fu, nel complesso, improntato a bieco opportunismo, come dimostra il caso dei due illustri cattedratici e parlamentari, Nicola Pende e Sabato Visco, che avallarono, pur senza condividerne appieno i contenuti e l’impostazione, il raffazzonato “Manifesto della razza”, ideato dal duce con la collaborazione dell’antropologo Guido Landra. Un caso a parte, invece, è rappresentato da Gentile, definito dagli storici razzista riluttante, che, pur non opponendosi alla svolta del ’38, cercò di aiutare al meglio i suoi colleghi ebrei. L’impatto delle leggi razziali sulla ben integrata minoranza ebraica fu molto forte, specialmente in ambito educativo: molti di quanti, in quegli anni, vennero espulsi o esclusi da scuole ed università, subirono danni permanenti a livello sociale e culturale.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.